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Non perdiamo la bussola: figli e genitori tra scelte scolastiche e professionali

28/08/2019

Il passaggio dalla terza media alle scuole superiori e poi dalle superiori all’università o alla ricerca di un impiego può rappresentare un momento di crisi non solo per chi deve effettuare la scelta, ma anche per i suoi famigliari. Dato l’ampio ventaglio di opportunità è utile per il ragazzo e la sua famiglia essere orientati e orientarsi attivamente per tempo. A 14 anni non sempre si hanno le idee chiare e spesso sono i genitori che svolgono un ruolo decisivo nella scelta della scuola superiore dopo aver consultato i professori delle medie. Non bisogna, però, dare per scontato che i ragazzi non possano prendere decisioni in autonomia: alcuni di loro, magari in ambiti extrascolastici, manifestano competenze e abilità ben precise che, se accolte e coltivate potrebbero trasformarsi nell’esercizio di una professione futura. L’orientamento vero e proprio, infatti, inizia in famiglia e continua nella scuola con una didattica orientativa. “Mia figlia fin da piccola pettinava le bambole e ha sempre amato farsi i capelli, ma io fino all’ultimo ho sempre sperato che concludesse il liceo e poi andasse all’università…” mi disse una mamma la cui figlia oggi è “felicemente” parrucchiera. Quanto le aspettative dei genitori incidono sulle scelte dei figli? Ogni genitore vorrebbe essere “sorpassato” cioè che il proprio figlio facesse di più e meglio rispetto a quello che ha fatto lui, magari realizzando inconsciamente quello che non ha potuto fare. In realtà i figli ci “oltrepassano” cioè vanno “oltre” poiché hanno specifiche predisposizioni e attitudini che possono non coincidere con le nostre. Nel passaggio dalle medie alle superiori è importante che la scelta corrisponda ai reali interessi del ragazzo che nel frattempo si è mosso per visitare le scuole del suo territorio (open day), ha chiesto ai suoi amici di qualche anno più grandi, ha navigato sui siti facendosi un’idea dei vari indirizzi. C’è una certa quota di responsabilità e rischio nella scelta: oggi è più facile cambiare scuola rispetto al passato, ma si rischia di perdere anche degli anni scolastici con conseguente minaccia all’autostima di fronte al fallimento derivante da una bocciatura. Nel 2017 i NEET (giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano, né cercano un lavoro), i cosiddetti “inattivi”, in Italia sono diventati 2 milioni. Questi giovani provano un senso di isolamento, sfiducia nelle istituzioni e insoddisfazione per la propria vita; di fatto, non hanno un progetto professionale. Per evitare l’ulteriore dilagare di questo fenomeno è importante che fin da subito si crei una sinergia tra la famiglia e gli operatori che metta al centro il ragazzo rendendolo consapevole di cosa sa fare oggi e cosa deve fare in futuro per diventare chi vorrebbe essere. Nel momento delicato della scelta è consigliabile per i genitori fungere da guida senza essere intrusivi, aiutando il figlio nella ricerca delle informazioni, sostenendolo anche se la scelta con convince del tutto, valorizzando i suoi interessi e mettendo anche in conto che potrebbe esserci un certo margine di errore. Parlare del proprio lavoro in famiglia può essere utile perché i ragazzi possono acquisire indirettamente delle informazioni sulla tipologia di lavoro, se si lavora su turni e cosa comporta, con chi si entra in contatto, se si lavora sempre nello stesso luogo o ci si sposta, se al chiuso o all’aperto ecc…Per l’orientamento post superiori vale quanto detto in precedenza considerando che l’autonomia decisionale del ragazzo dovrebbe/potrebbe essere maggiore. E’ utile però ricordare che, una volta entrati nel mondo del lavoro, bisogna dimostrare di avere tre caratteristiche: sapere (avere le conoscenze di base del mestiere se è congruente agli studi), saper fare (avere competenze pratiche), saper ‘essere’ cioè saper “stare” nell’ambiente di lavoro e nelle dinamiche che esso comporta. Quest’ultima dimensione coinvolge aspetti prettamente psicologici come il sapersi relazionare adeguatamente con colleghi e superiori, l’empatia, la gestione dell’impulsività, il comunicare in modo chiaro e assertivo, il problem solving. Lo psicologo può supportare la persona che mostra difficoltà in questi ambiti fornendo uno spazio “protetto” in cui riflettere e sperimentarsi per raggiungere il cambiamento desiderato.